Cerca

logo
REVIEWSLE RECENSIONI
04/04/2025
Dish-Is-Nein
Occidente (A Funeral Party)
Occidente (A Funeral Party) è una riflessione sulla morte simbolica dell’Occidente come costrutto culturale. Una critica culturale profonda che non cade nel moralismo e nell’ipocrisia. Una lucida constatazione di un presente che si dissolve e un futuro che sembra già esaurito prima di arrivare. Questi sono i Dish-Is-Nein e questo è il nostro Massimiliano.

Dove eravamo rimasti?

Ah sì, lì, nell’obitorio della civiltà occidentale, a rovistare “ricurvi le rovine”, a osservare parassiti necrofagi che ballavano sullo “stupido ombelico”. Eravamo lì, ad attendere il compimento della profezia. Era il 2018.

Oggi, sette anni dopo, “la festa è finita”.

Nel mezzo, Dario è volato via, le speranze anche e tutte le profezie si sono compiute.

Questo non è un disco. Questa è un’autopsia.

 

Forse non ci credevano nemmeno loro in una terza rinascita. Eppure, il primo vagito era già percepibile nell’EP The Metal Machine di un paio di anni fa, splendida rivisitazione di The Man Machine dei Kraftwerk.

I Dish-Is-Nein sono la perfetta rappresentazione moderna del mito della Fenice. Post fata resurgo. E nel risorgere, sfornano un manufatto fonografico che è dolorosa intersezione tra biografia e Storia, tra lutto personale e collettivo, tra commemorazione e requiem.

Occidente (A Funeral Party) è questa raffinatissima poesia capace di trasformare quel lutto in un evento cataforico e, da lì, dare vita a una riflessione lucidissima sulla morte simbolica dell’Occidente come costrutto culturale[1]. In questo senso, il titolo dell’album è perfettamente bimembre.

 

La magnificenza sonora, tanto scarna quanto sontuosa, riesce a essere simultaneamente elegante e aggressiva – ma di un’aggressività per così dire “matura”: tristezza, disincanto, cinismo, rassegnazione e la saggezza di chi già sapeva e attendeva seduto sulla riva del fiume.

Al di là delle sue indiscutibili qualità estetiche, a tratti persino innovative, sotto il profilo strettamente musicale c’è poco da dire: i Dish-Is-Nein somigliano solamente a se stessi. E, in qualche strano e misterioso modo, rimangono tali anche senza il fondamentale apporto chitarristico di Dario Parisini. Che però c’è, si sente: è lì, presente, vivo. Questa musica è densa di spazi lasciati per lui.

L’aspetto forse più affascinante dell’opera è la sua ossessiva preoccupazione per le contraddizioni insostenibili su cui si regge la nostra contemporaneità, fin dall’incipit di “Occidente”:

 

"Solidale e oscurantista

Per la pace e l’inclusione.

La tua lista nera cresce.

Lo stato d’eccezione".

 

Non si tratta semplicemente di denunciare la fin troppo evidente ipocrisia imperante (non sono così banali, i Dish-Is-Nein, né servi del moralismo rivoluzionario prêt-à-porter), bensì di mettere a nudo un paradosso strutturale, un “bug” nel sistema operativo della nostra civiltà: l’Occidente contemporaneo che tenta di definirsi contemporaneamente attraverso valori e principi opposti, che sostiene politiche contraddittorie, che pratica l’inclusione attraverso l’esclusione, la pace attraverso il riarmo. È un double-bind senza via d’uscita perché ogni possibile soluzione contiene già in sé il suo opposto. Il suicidio perfetto.

L’elencazione apparentemente disordinata di slogan e falsi ideali

 

La lotta al patriarcato, la bamba, la NATO

Glamour friendly, progressista,

Hollywood, l’olocausto, pastasciutta antifascista,

glamour friendly, legalista,

Hollywood, l’olocausto, abbuffata globalista

 

mette sullo stesso piano elementi politicamente e culturalmente eterogenei, ridotti a marchi, etichette, hashtag privi di sostanza. È un procedimento retorico affine al detournement ma che richiama anche le celebri riflessioni di Julius Evola sulla modernità, in cui, come sosteneva in Rivolta contro il mondo moderno, ogni valore tradizionale viene “livellato” e ogni gerarchia qualitativa viene dissolta nell’indifferenziato fluire di simboli intercambiabili, privi di autentica sostanza spirituale. La “lotta al patriarcato”, dunque, non è intrinsecamente più nobile della “cocaina” o dell’adesione a un’alleanza militare: tutto è ridotto a posizionamento identitario, a consumo simbolico.

L’Occidente è pura finzione economica (“un bancario”), svuotato di umanità (“non più uomo”) e già avvolto nel suo “sudario”. Pura necroeconomia.

La parentesi nel titolo della seconda traccia, “Dove il buio (si) muove”, introduce un gioco linguistico che è anche gioco interpretativo: il buio che si muove è anche il buio che ci muove, in una sorta di dialettica hegeliana dove soggetto e oggetto si confondono.

 

Il mondo in una stanza,

libertà e sudditanza.

 

Di nuovo gli opposti: la nostra condizione è quella di una libertà che si esercita all’interno di confini invisibili ma anche invalicabili. L’impressione è che i Dish-Is-Nein abbiano metabolizzato non solo il pensiero apocalittico di filosofi come Walter Benjamin, con la sua immagine dell’Angelo della Storia che guarda le rovine del progresso, ma anche l’analisi di psicologi come Viktor Frankl sul “vuoto esistenziale” che caratterizza l’uomo contemporaneo.

Ed è qui, nella terza traccia, “Le voci del silenzio”, che la preoccupazione per il linguaggio come campo di battaglia ideologico diventa esplicita:

 

Onomanzia è prassi, un capovolgimento

Sovrascrittura occulta dei codici del mondo

 

L’onomanzia (la divinazione attraverso i nomi) è metafora di un mondo dove il linguaggio viene manipolato fino a perdere di significato: le parole vengono svuotate e riempite di nuovi contenuti in un processo di “sovrascrittura occulta”. È un tema che ricorda non solo le riflessioni di George Orwell sulla neolingua in 1984, ma anche quelle di Ayn Rand sulla “anti-concettualità” in La virtù dell’egoismo, aggiornate all’era dei social media e della post-verità. Il riferimento a Filippo Tommaso Marinetti e al Futurismo (“marinettianamente le oppongo il mio pensiero”) è particolarmente significativo.

"Asylum (Ausonia)" è un brano dai riferimenti obliqui, una riflessione sull’identità italiana ai tempi della globalizzazione. La giustapposizione iniziale del latino e dell’inglese è un vero e proprio tour de force di compressioni semantiche: in otto parole viene riassunta la transizione dalla civiltà classica alla contemporaneità medicalizzata e ansiogena:

 

Auxilium... Exilium... Empirum... Tenax

Resistence... Resilience... Asylum... Xanax

 

Il titolo stesso ha più chiavi di lettura: “Asylum” rimanda sia all’asilo (nel senso di rifugio) che al manicomio, mentre “Ausonia” è un antico nome poetico dell’Italia, che qui diventa sia madre patria che luogo della follia. La cinica citazione di Battisti ("Ancora tu, ma non dovevamo vederci più?") perde qui il suo senso originario di relazione amorosa e assume l’ironica forma di un interrogativo sull’identità nazionale, sempre sul punto di dissolversi ma sempre presente.

La “Nazione-branco feroce / Ma poi volubile e cialtrona” coglie proprio questa amara contraddizione della psicologia collettiva italiana: la ferocia verbale contrapposta all’inefficacia pratica, l’estremismo delle posizioni ideologiche e la mediocrità intellettuale di tali posizioni.

 

Si gira il disco (viva la Tradizione, cazzo) e arriva l’uppercut di “Stato di massima allerta”, pezzo che sembra uscito dalla penna di Thomas Pynchon dopo una lettura intensiva di Giorgio Agamben sul concetto di stato di eccezione.

La paranoia – meravigliosamente esemplificata da reiterazioni ritmiche opprimenti – non è più un disturbo psicologico ma la condizione normale dell’Occidente contemporaneo, sempre in stato di emergenza ma allo stesso tempo “accogliente e solidale”. Siamo perfettamente a nostro agio con l’ipocrisia, è il nostro nuovo habitat, abbiamo normalizzato l’eccezione e istituzionalizzato l’emergenza.

 

Il crollo che tanto temevi

Ha invaso anche l’ultimo anfratto

Il progresso in cui tanto credevi

Sancisce il tuo ultimo atto

 

Epitome perfetta del disincanto post-ideologico: il progresso o, meglio, il progressismo, lungi dall’essere una forza liberatrice, diventa l’agente stesso della nostra fine.

“Il mondo è tutto ciò che accade. Il mondo è la totalità dei fatti, non delle cose” scriveva Wittgenstein nel Tractatus Logico-Philosophicus. I Dish-Is-Nein sembrano invece suggerire che il mondo occidentale contemporaneo sia invece la totalità delle contraddizioni, non dei fatti – anzi, i fatti sono secondari perché è tutta una questione di percezione. Un sistema che funziona proprio perché è disfunzionale, che si mantiene attraverso le tensioni che dovrebbero distruggerlo.

 

"L.S.D." (reinterpretazione di “Lucy in the Sky with Diamonds” dei Beatles, cantata da Roberta Vicinelli) potrebbe apparire come un momento di evasione, ma in questo contesto assume un significato tutto suo: la fuga dalla realtà non è più un’esplorazione liberatoria, ma un’altra forma di controllo, una fuga programmata in un mondo dove persino la trasgressione è codificata e conforme. Personalmente, la leggo come il corrispettivo musicale di quella che Herbert Mancuse chiamava “desublimazione repressiva”: l’apparente libertà che serve a rinforzare il controllo.

“Superfluo” tocca un’altra contraddizione centrale della nostra epoca, quella tra iper-connessione e irrilevanza. Una delle più celebri idiozie di Jovanotti ("E non mi annoio no che non mi annoio") viene brillantemente sovvertita: l’inno all’ottuso ottimismo superficiale viene smascherato (esattamente come lo “stupido ombelico” citato sette anni fa nella devastante “Toxin”) e si rivela amara confessione di alienazione totale.

 

Esserci, per non contare

Crederci, per poi morire

 

Potrebbe diventare il mantra dell’era dei social media: presenza costante, impatto nullo. Non è difficile cogliere l’eco del pensiero di Guy Debord sulla “società dello spettacolo” e quello di Zygmunt Bauman sulla "vita liquida", caratterizzata dalla precarietà di ogni legame e identità.

 

Si arriva alla chiusura con "A Funeral Party (SuDario)": qui si fondono, dopo aver viaggiato parallelamente, i due lutti di cui si parlava all’inizio. Il gioco di parole tra “sudario” e “su Dario” è toccante senza essere stucchevole, mentre l’immagine dell’eco-mostro abbandonato come “luogo dell’immaginario liquidato” diventa metafora di un’eredità culturale perduta.

 

Me lo ricordo, questo mi dicevi.

Ma quel finale l’avresti immaginato?

 

Ciò che rende Occidente (A Funeral Party) un’opera straordinaria è questa sua capacità di sviluppare e articolare una critica culturale profonda senza cadere nel moralismo e nell’ipocrisia. C’è solo la spaventosamente lucida constatazione di un presente che si dissolve e un futuro che sembra già esaurito prima di arrivare.

Questa è “la verità che non rende immediatamente liberi” (per citare David Foster Wallace).

 

Tu, invece, quanto manchi, amico mio.

 

Con questi versi, cala il sipario. Meglio: il sudario. Un commiato che riporta la vastità del discorso alla dimensione intima del personale (che, in fondo, è la sola dimensione che conta).

Chissà, forse è proprio questa la chiave di lettura: la perdita affettiva come metafora della perdita di significato: alla fine, ciò che sta morendo, nell’Occidente contemporaneo, non è solo un sistema economico e politico, di “potere”, ma la possibilità stessa di dare un senso all’esperienza umana al di fuori delle logiche di mercato e di consumo. Come un sudario la cultura occidentale progressista sembra avvolgere e soffocare le potenzialità umane che dovrebbe invece proteggere e sviluppare.

E allora questi versi e questa musica diventano l’ultimo vero grido di rabbia di tutti noi che ci rifiutiamo di abitare questo spazio-tempo in decomposizione.

 

 

P.S. Lo so, avrei dovuto parlare anche di chi ha risposto alla chiamata di Cristiano Santini e Roberta Vicinelli e quindi dell’incredibile lavoro alla batteria di Justin Bennett (ex Skinny Puppy), delle rasoiate poetiche di Marcy degli Ianva, dell’apporto preziosissimo di Federico Bologna, del Coro di Monte Calisio… ma queste sono informazioni che potrete trovare su tutte le riviste che recensiranno, o hanno già recensito, il disco.

 

 

[1] Solo “simbolica”?