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REVIEWSLE RECENSIONI
07/02/2025
SQUID
Cowards
Con un album sviluppato su un concept dedicato al male di cui gli esseri umani sono capaci, quella degli Squid dà sempre più l’impressione di essere una setta che ha scelto di esprimersi con un linguaggio esclusivo e uno stile mai così agli antipodi dall’ordinarietà.

Se avete presente cosa succede a un certo punto di “Narrator”, terza traccia di Bright Green Field, mi riferisco proprio alle urla furibonde di Martha Skye Murphy, ospite nel brano, che (come d’altronde recita il testo in quell’angosciante decorso della canzone) fa davvero la sua parte, potete immaginare lo stato d’animo con cui, da allora, approccio ogni nuovo album degli Squid e le canzoni che lo compongono.

Metto il disco ma vivo il disagio nella convinzione che qualcuno, lì dentro, possa uscire di senno. Ascolto le canzoni con l’ansia che si arrivi a un punto in cui la situazione di nuovo sfugga di mano alla band e si avveri il mio incubo peggiore: il giradischi posseduto da chissà quale entità e quelle grida di disperazione dirette a me, l’invocazione di un incantesimo in grado di farmi sprofondare in un’altra dimensione, o anche solo un severo monito sul fatto che (per usare una metafora) basta un fottuto granello di polvere in un solco per causare un patatrac.

Insomma, metto un disco degli Squid e non mi sento per nulla tranquillo e non è la prima volta, perché la cosa è degenerata. Dirò di più. Sono talmente ossessionato che dopo decine o centinaia di innocui ascolti dei primi due album vivo tuttora nella paura che qualcosa possa cambiare rispetto all’ascolto precedente. E cioè che, rispetto a quanto registrato, qualcuno di botto cominci a suonare e cantare diversamente e, accorgendosi della mia vulnerabilità, sferri il suo colpo letale. Altro che film di Cronenberg. Altro che ascolti al contrario. Passare ad altro? Mai. E poi Cowards, l’ultimo lavoro degli Squid, nasce dedicato espressamente al male. Cosa potrebbe andare storto?

È fuori di dubbio che la prima vittima di questo male progettato da Ollie Judge (voce, batteria), Louis Borlase (chitarra), Anton Pearson (chitarra), Laurie Nankivell (basso) e Arthur Leadbetter (tastiere) sia l’idea di musica che pervade il presente e che, per convenzione sociale, riconduciamo alla musica in sé. Con Cowards gli Squid lasciano un’impronta perfettamente corrispondente alla versione consolidata del genere che professano, uno stile che non ha nome ma è così oltre che lascia ampi margini di fraintendimento. La consueta alternanza di parti e tempi diversi (pari e dispari) eseguiti con una tecnica inappuntabile che richiama a quel misto di progressive-punk, kraut-wave, heavy-folk, art-rock, easy-drone e math-fusion tutto loro, grazie al quale non temono confronti. Il tutto ad accompagnare racconti in cui i protagonisti sono costretti a raccapezzarsi tra ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, in situazioni a dir poco non proprio edificanti.

E nelle nove tracce di Cowards gli Squid spingono se possibile ancora più all’estremo la tensione, veri maestri nell’arte di tendere trame per mollare il colpo un istante prima che si strappino, senza mai risolvere in nulla. Sono insuperabili in quel gioco in cui ci si sporge a occhi chiusi sino al limite del parossismo per poi fare un passo indietro in prossimità del baratro e ritrovarsi sani e salvi, anche se, davvero, parlare di certezze è totalmente fuori luogo. In Cowards è la canzone “Blood on the boulders” ad aggiudicarsi il primato di chi rischia di più, vicino all’abisso.

 

In tutto il resto del disco, gli Squid si confermano i più convincenti esploratori dell’avanguardia musicale, quella credibile, quella che condivide opere con un capo e una coda e in mezzo nulla di tutto quello che conosciamo. Nel disco c’è persino il clavicembalo che accompagna il flauto all’inizio di “Fieldworks I”, apoteosi dello stile supponente di Ollie Judge che fa subito pentire di averci pensato, a chiunque alzi la mano per citare certe sonorità in quota Charisma, per non parlare dell’orchestrazione da brivido, altrettanto progressive, nel brano gemello, “Fieldworks II”.

La title track si distingue invece per l’incessante rumore di archi di fondo nella parte introduttiva, preludio a un improbabile sviluppo pop con un rassicurante tema di tromba doppiato da un coro. Onde sonore che sfociano in un lago armonico, in cui le contrastanti personalità della canzone inevitabilmente si mescolano. C’è poi “Showtime!”, brano che alterna una pseudo-strofa in 6/8 a un pseudo-ritornello regolare, porzioni propedeutiche alla seguente orgia di rumori naturali ed elettronici, strumenti ad arco e chissà cos’altro, una situazione che sembra precipitare per poi essere recuperata in extremis da un crescendo ritmico che culmina in un trascinante breakbeat dai toni paradossalmente contenuti, compressi, altra disciplina in cui gli Squid sono maestri indiscussi. Inutile sottolineare come il brano finisca come tutti gli altri, come se nulla fosse, come se non fosse successo niente, come se qualcuno avesse desistito da una lotta per manifesta superiorità nei confronti dell’avversario.

Anche la lunga “Well met” parte con un bel rumore, questa volta con le sembianze di un bordone a una cantilena accompagnata dalla sezione fiati e da una sequenza di clavicembalo rivestito da sintetizzatore, preludio a uno sviluppo in 9/8 popolato da voci femminili che doppiano, con un sussurro, la melodia. Troviamo anche temi e stacchi fusion che crescono in modo epico e sontuoso, e non ho dubbi a sostenere che non ci sarebbe stato modo più emozionante per concludere un disco di questo tipo. Come del resto non ho difficoltà ad ammettere che Cowards sia uno degli album più artificiosamente complicati che mi sia mai trovato ad apprezzare.

Dai primi istanti del disco, l’involontaria citazione di sequencer di “Baba O’Riley” in “Crispy Skin”, fino alle percussioni metalliche giocattolo della coda dell’ultimo brano, non c’è momento in cui non abbia pensato di trovarmi al cospetto di un’opera pazzesca, una pietra miliare in potenza della musica universale, pronta a manifestarsi in tutta la sua magnificenza. Una serie di composizioni da seguire senza fiato fino ai titoli di coda, quando non è difficile leggere tra le righe che nessun ascoltatore è stato maltrattato nel corso della riproduzione della tracklist.

Nel mio caso, pure l’impianto hifi è sopravvissuto. Ancora una volta, siamo giunti alla fine di un disco degli Squid incolumi. Ma, ragazzi, che botta.